Viaggio attraverso la disoccupazione giovanile: il caso della collina molisana

MAFALDA. Ho personalmente sempre visto il Molise come un’isola felice, un piccolo angolo del bel paese che per me rappresentava e rappresenta casa, famiglia, affetti. Dopo anni di studio passati lontano dalla mia regione, ho deciso, come tanti miei coetanei e conterranei, di tornare proprio a casa, non per nostalgia o chissà cosa ma semplicemente per spendere le conoscenze acquisite proprio nel luogo che mi ha visto crescere. Certamente fare marcia indietro non è affatto cosa facile. Dire addio alla frenetica vita universitaria della grande città per rientrare in un piccolo paesino della collina molisana non è un processo semplice; bisogna riorganizzare i propri stili di vita, le abitudini, gli obiettivi. Tornare per investire sulla mia terra per la mia terra. Investire vuol dire però creare lavoro ed il lavoro non si crea quasi mai dal nulla ma necessità, visti i tempi che corrono, di un terreno favorevole e fertile pronto per la semina; insomma anche di quelle piccole cose, se così le si vuole chiamare, che permettano ai nuovi arrivati di muovere i primi passi. Io sono tornato indietro, e l’ho fatto col cuore e per le ragioni che ho elencato in precedenza ma ho trovato dinanzi alla mia voglia di fare un muro quasi insormontabile. Partiamo innanzitutto dall’analisi di alcuni dati forniti dall’ ISTAT. Vediamo subito che, in una regione che conta quasi 315 mila abitanti (più o meno gli stessi di un quartiere di Roma), con un’età media di 45,8 anni ed una speranza di vita alla nascita di 82,25 anni, si registra un tasso di crescita totale della popolazione di segno negativo (-4,4%). Di conseguenza, si potrebbe dire che il Molise è una regione in cui si vive relativamente bene anche se sta diventando sempre più anziana. I dati che preoccupano maggiormente però sono quelli che riguardano proprio la questione lavoro. Prendiamo sotto osservazione il tasso di occupazione che nella fascia d’età che spazia dai 25 ai 34 anni è pari oggi al 45,53%, esattamente quindici punti percentuali in meno rispetto al dato rilevato nel 2004. Un trend negativo che diventa ancora più evidente se si prendono in esame i dati relativi al tasso di inattività della stessa fascia d’età pari al 37,11% (nel 2004 era del 28,01%) e al tasso di disoccupazione relativo alla popolazione di oltre quindici anni che venti anni fa era del 12,7%, sceso di poco dopo dieci anni (11,1%) ed arrivato a quota 15,18% nel 2014. Un panorama che viaggia di pari passo con quello nazionale. Infatti la recessione che l’Italia ha attraversato negli ultimi sette anni, riflette l’effetto congiunto di diversi fattori che combinati tra loro hanno avuto conseguenze molto rilevanti. La caduta maggiore al 2% del Pil nel 2012 ha infatti determinato una drastica diminuzione della domanda di lavoro, mentre l’offerta è rimasta pressoché costante. Il mercato del lavoro è stato quindi quello più colpito. Il quadro inizia a delinearsi ma rimane ancora privo di colore data la freddezza e l’impersonalità nuda e cruda dei numeri. Per rendere più vivo lo scenario, ci siamo rivolti volutamente ad Alessandro Mastrangelo, che pur essendo un nostro coetaneo, ricopre da un anno la carica di consigliere comunale a Mafalda. «La disoccupazione giovanile purtroppo è la piaga più brutta di cui la nostra terra soffre – mi spiega- È un problema che investe più in generale il sistema Italia e che per osmosi si trasmette alla diverse realtà locali che naturalmente rispondono in maniera necessariamente diversa. La nostra purtroppo è una realtà difficile, bloccata e chiusa da anni che per mancanza di investimenti si ritrova in queste condizioni. Noi come amministratori locali non possiamo far altro che creare, per quel po’ di spazio di manovra che ci compete, le precondizioni favorevoli all’insediamento di nuove attività produttive nel territorio. Potremmo, ad esempio, esentare dal pagamento delle tasse comunali per i primi due anni di insediamento quegli imprenditori che decidessero di investire il loro denaro nei nostri comuni. Ma come si può attirare poi l’investitore in loco se la viabilità delle zone interne versa in un palese stato di degrado? Bisognerebbe mettere in essere un dialogo tra i vari livelli di governo per consentire miglioramenti all’intero indotto e puntare magari su quei settori che caratterizzano la nostra regione come l’agricoltura ed il turismo». Non a caso lo stesso assessore regionale Facciolla ci ha più volte ribadito come sia assurdo che il settore primario di una regione a vocazione agricola come quella nostra incida solo per il 4% sull’intero PIL regionale. Ovviamente le istituzioni non sono rimaste sempre immobili ma hanno messo in moto qualcosa attraverso quelle che comunemente vengono chiamate politiche attive del lavoro e che hanno l’obiettivo cardine di promuovere l’occupazione e l’inserimento lavorativo, sia come auto-impiego sia come lavoro dipendente. Possiamo ad esempio citare diversi progetti ai quali la provincia di Campobasso ha aderito come “Youth&work: destinazione lavoro”, oppure come il progetto “I care” all’interno del programma europeo “Leonardo da Vinci” ed in ultimo l’ormai celeberrimo “Garanzia Giovani”. Resta ancora molto da fare ma dei piccoli passi iniziano ad essere visibili, passi che certamente non risolvono in maniera esaustiva il problema ma che smuovono sempre qualcosa e si spera lo facciano nella giusta direzione.

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