Natale di allora

MAFALDA. Il Natale ha un’atmosfera magica. Questa è una verità assoluta, una constatazione oggettiva e vera in ogni angolo del pianeta: da chi lo vive tra i ghiacci del nord, a chi lo festeggia in spiaggia: questo è un giorno speciale, anzi il giorno speciale per antonomasia, “A Natale puoi!” recita un famoso spot pubblicitario. Natale è spiritualità, riflessione, sorriso e carezza, ma per me Natale è anche ricordo, è memoria di un passato recente che mi ha visto bambino e che porto gelosamente nel cuore. Allora, allo scoccare della mezzanotte, chiudo gli occhi ed inizio il mio viaggio tra i vicoli di una Mafalda diversa, forse più accogliente nonostante le temperature rigide di fine anno. Il primo flash della mia mente è un profumo, soave ed avvolgente, quello del risveglio mattutino, di quell’unico mattino in cui alzarsi dal letto diventa un piacere, in cui tra l’apertura dei regali e una colazione frugale, l’aria s’addensa di sapore e ti fa gustare con qualche ora d’anticipo il pranzo. E poi iniziava una corsa contro il tempo. Orologio al polso sempre in vista e via: bagno, doccia, denti, profumo, pantaloni, maglia e giaccone al volo perché “inizia la messa ed esce don Nicola” diceva mia madre. Quanto mal sopportavo quelle undici meno cinque! Con il Don non si poteva ritardare, non c’erano scuse e qualche minuto prima bisognava già essere pronti con la tunica da chierichetto dietro l’altare, aspettando il colpo alla schiena di un tuo compagno che ti diceva che l’ora era arrivata e bisognava “entrare in scena”. E dopo qualche sbadiglio di troppo, qualche occhiata in più verso le chitarre della schola cantorum con il sogno di poterle quanto meno imitare, mi svestivo e contento, con in mano il solito e puntuale regalino del Don che non mancava mai, tornavo a casa e la festa iniziava davvero. La fortuna di avere una famiglia unita e attaccata alle tradizioni mi ha fatto letteralmente gustare, e lo fa tutt’ora, quei momenti singolari che avevano quasi un copione già scritto il cui preambolo erano le “palluttelle e pizza verde”e la fine la solita partita a carte con i nonni. Nel tardo pomeriggio, con la pancia ancora piena e alle prese con una digestione non facile, la mia realtà pareva sospendersi. Toglievo i vestiti della festa, mettevo calzamaglie, guanti, cappello e tuta e andavo nuovamente in chiesa, nella cripta, trasformata per l’occasione in un camerino umido, ed entravo nel mio personaggio. Il presepe vivente da noi è stata una vera e propria istituzione, siamo stati maestri in tutto il circondario, autobus pieni di gente curiosa veniva a vederlo. Entrare in un personaggio comune, partecipare ad una sorta di preghiera collettiva, mi piaceva molto, come adoravo le “scrippelle” calde che gli organizzatori di rado ci davano per riscaldarci e mantenere lo stomaco che nel frattempo si era svuotato. L’ultima ora di presepe era sempre la più dura, il freddo ti penetrava le ossa e la stanchezza iniziava a farsi sentire sulle gambe, ma, all’udire che la fila era terminata e che l’ingresso era stato chiuso, tornava il sorriso e si rincasava ormai stremati e pronti per andare a letto soddisfatti e felici.

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