Ciao Antonio!

MAFALDA. Questo di oggi voleva essere l’articolo di Capodanno, quello che avrebbe raccontato i veglioni, gli spumanti stappati ed i trenini ma questo purtroppo è un inizio triste per tutta la nostra Mafalda. Piangiamo da ieri la scomparsa di un uomo che ha portato in alto e con fierezza il nome del nostro paese e che, nonostante vivesse da anni nella vicina Montenero, non ha mai dimenticato le sue origini, anzi ne faceva volutamente motivo d’orgoglio. In questa occasione voglio nuovamente tornare sul personale, sul ricordo e su quello che con Antonio ho condiviso nel mio piccolo e lo faccio perché, in quelle occasioni, ho avuto modo di scoprire quella che si definisce senz’altro una brava persona, brava con la B “maiuscola”. Ovviamente Mafalda è una sorta di famiglia allargata ed i visi delle persone che la abitano si conoscono tutti, anche se magari con qualcuno non si è mai scambiata una chiacchiera. Questa è stata la mia conoscenza di Antonio fino a prima della storica campagna elettorale del 2009. Ero poco più che un ragazzino ed in una delle tante manifestazioni, che all’epoca smuovevano nel bene e nel male il nostro tessuto sociale, ebbi modo di parlare con lui per la prima volta e di scambiare qualche idea. I colloqui s’intensificarono con il tempo e, al di là delle questioni politiche, la passione comune per la storia, specialmente per quella del nostro paese, diventava il filo conduttore di un continuo dirsi a vicenda fatto di aneddoti, tra storia e leggende mafaldesi, per il puro piacere di parlarne. Ogni occasione diventava buona per agganciarci un discorso magari su “Ripalda Vecchia”, sul monastero dei Paolotti o sulle storie di briganti che centocinquant’anni fa abitavano le nostre colline. Colpiva il suo amore verso Mafalda trasmesso con i gesti, con le parole e soprattutto con gli occhi. Tutti i suoi studi, frutto della passione e di anni di lavoro come archivista, alla fine hanno coronato il suo sogno: scrivere un libro sulla storia di Mafalda, su quel borgo chiamato “zona industriale”, perché esprimeva i suoi talenti artigiani e contadini, costruiti con tanta maestria e passione, tra i vicoli rumorosi e la piazza centro pulsante di tutta la comunità. Dopo la scoperta della sua malattia, mi chiese più volte, negli incontri che si facevano via via sempre più sporadici, di aiutarlo con la stesura del suo libro e, nell’unica volta che andai a salutarlo a casa, gioì con quegli occhi illuminati quando gli dissi che stavo scrivendo un romanzo ambientato proprio tra quelle viuzze. Gli promisi che glielo avrei fatto leggere ma purtroppo quella promessa non l’ho mai mantenuta, per negligenza mia, forse per mancanza di tempo e per le difficoltà di continuare con la scrittura. Da allora non lo vidi più ma lessi i suoi “Documenti di Ripalda” e tra quelle pagine vidi nuovamente quegli occhi e quella passione per una verde collina molisana con le spalle ai monti e lo sguardo fiero verso il mare. Ciao Antonio!

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